Una delle cifre del fallimento dell’Italia moderna è data dal vano tentativo di cancellare la civiltà del Regno delle Due Sicilie e di escluderla dalle sue basi fondanti, che si riassumono normalmente nelle seguenti:

  • conservatrice cavurriana,
  • monarchica sabauda,
  • repubblicana mazziniana,
  • socialista garibaldina e
  • cattolica popolare.

Negli ultimi anni, grazie alla coraggiosa e sostanzialmente affidabile opera di revisionismo storico dei “dilettanti neoborbonici”, è invece emersa prepotentemente l’ulteriore base fondante che si rifà alla tradizione politica del Regno delle Due Sicilie, riassumibile negli aggettivi “tradizionale borbonica”, che si sta via via arricchendo di informazioni che ci aiutano a ricostruire quell’epopea interrotta con la disfatta di Gaeta del 1861.

E’ interessante seguire le pubblicazioni di storici accademici che, seppure con colpevole ritardo, stanno uscendo ultimamente: Lino Patruno si focalizza in particolare su quattro di queste nel suo articolo su Calabriaonweb.

Personalmente mi ha colpito il libro di Vito Tanzi, poco conosciuto ma importantissimo personaggio per molti anni dirigente del Fondo Monetario Internazionale, che nel suo “Italica. Costi e conseguenze dell’unificazione d’Italia” sposa in pieno una tesi cara a Nicola Zitara: il Regno di Sardegna trasferì il suo colossale debito pubblico al nuovo Paese, affossando così il Sud i cui conti erano ordinati e in avanzo.

Comunque la si pensi, bisogna riconoscere che la storia e la fine di quell’antico e prestigioso Regno cristiano sia utile da riscoprire e da comprendere, perché porta con sé tante delle dinamiche che poi si sono manifestate e ancora si palesano in Italia, in Europa, nel mondo.

Salvatore Emanuele

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